GAETA tra arte e storia




DOCUMENTO


ABBAZIA  DI  MONTECASSINO

Sorta sui resti  di due templi dedicati a Giove e ad Apollo e un presidio romano fortificato (Casinum), l'Abbazia di Montecassino fu fondata a San Benedetto attorno al 529; egli gettò le fondamenta della casa per i monaci e dei due oratori l'uno vicino alla casa, l'altro sulla cima del monte, dove poi sarebbe sorta la basilica. 

Il tempio di Apollo sorgeva nella zona corrispondente all’attuale chiostro d’ingresso e fu trasformato da Benedetto in oratorio dedicato a S. Martino di Tours; a sud dell’oratorio erano situati i locali della primitiva comunità monastica, mentre sulla cima del monte, dove oggi sorge la basilica abbaziale, si ergeva un’ara sacrificale.
Al suo posto Benedetto edificò un oratorio dedicato a S. Giovanni Battista, dove trovarono sepoltura i corpi dello stesso Santo e della sorella S. Scolastica.


Quattro abati succedettero a Benedetto nel governo dell’abbazia: Costantino, Vitale, Simplicio e Bonito. Sotto l’abbaziato di quest'ultimo il monastero conobbe la prima delle quattro tragiche distruzioni che ne segnarono la storia. Nel 587, durante il periodo di anarchia ducale seguito alla morte del re longobardo Clefi (574), le soldataglie del duca Zotone assalirono nottetempo il monastero costringendo alla fuga i monaci che ripararono a Roma, accolti da papa Pelagio II.
L’esilio romano della comunità cassinese aprì le strada ad una rapida diffusione della Regola di S. Benedetto e a radicare nella chiesa romana la figura del patriarca, grazie soprattutto all’opera di papa Gregorio Magno il quale, colpito dalla fama del Santo, ne narrò la vita nel II libro dei Dialoghi.


Fu soltanto intorno al 718, su esortazione di papa Gregorio II, che alcuni monaci, guidati dal bresciano Petronace (718-749/750), ristabilirono a Montecassino l’osservanza monastica e riedificarono gli edifici ormai in rovina, anche grazie al sostegno di papa Zaccaria II

e ad un periodo di relativa stabilità politica e di collaborazione tra il ducato longobardo di Benevento e la Sede Apostolica.

Proprio negli anni di abbaziato di Petronace Montecassino, a testimonianza della disciplina regolare ivi condotta, accolse tra i propri monaci Willibaldo, Sturmi, fondatore dell’abbazia di Fulda, Carlomanno, figlio di Carlo Martello e fratello di Pipino il Breve, Ratchis duca del Friuli e re dei longobardi dal 744 al 749, s. Ludgero, poi primo vescovo di Münster, Adalrado, poi abate di Corbie e s. Anselmo poi abate di Nonantola.

Nel 744 Gisulfo II duca di Benevento donò all’abbazia i territori compresi nelle terre di Aquino, Comino, Venafro, Teano e fino al tirreno attraverso la valle del Garigliano, costituendo così il primitivo nucleo territoriale della terra Sancti Benedicti. Il fiume ed i suoi affluenti fungevano da importante collegamento interno e tra l'Abbazia ed il mare.

In quegli anni Montecassino ricopre un capitale ruolo di mediazione tra Sede Apostolica, regno longobardo e regno franco, anche se l’elezione dell’abate Teodemaro (777-778) di origine franca, segnò una netta svolta dell’orientamento politico cassinese in senso filofranco, sigillata dalla visita che Carlo Magno fece a Montecassino nel 787, e in seguito alla quale l’abbazia si vide confermati dall’imperatore il possesso dei beni temporali, le immunità, ed il diritto alla libera elezione dell’abate.

A Teodemaro successe l’abate Gisulfo (796-817), dei duchi di Benevento, che impresse al proprio governo un indirizzo filolongobardo. Considerevole fu il suo impegno nel rinnovo della veste architettonica dell’abbazia: allungò l’edificio oratoriale dedicato a S. Martino ed ampliò il primitivo oratorio di S. Giovanni Battista, trasformandolo in una basilica a tre navate preceduta da un portico al cui centro si ergeva la torre campanaria.

La situazione di forte squilibrio politico in cui versava l’Italia centro-meridionale, a partire dalla fine degli anni 20 del IX secolo, non poteva non ripercuotersi sul monastero cassinese: i Saraceni, inviati da Radelchi, principe di Benevento, e da Sikenolfo, principe di Salerno a comporre con le armi i dissidi esistenti tra i due principati, costituivano la principale fonte di preoccupazione per tutto il territorio, sfuggito al controllo carolingio.

L’abate Bassacio (837-856) si adoperò alacremente presso l’imperatore Lotario I al fine di allontanare il pericolo saraceno e favorendo la riconciliazione tra i due contendenti. Il successore di Bassacio, l’abate Bertario (856-883), sempre in vista del pericolo saraceno, rafforzò le difese dell’arce e fondò pure ai piedi del monte una nuova città: Eulogimenopoli (città di Benedetto), che poco più tardi mutò il nome grecizzante in quello di San Germano. Il 4 settembre 883 i Saraceni di stanza presso il fiume Garigliano, volendosi vendicare per la politica filoimperiale manifestamente antisaracena tenuta dagli abati di Montecassino, depredarono il monastero consegnandolo poi alle fiamme, e passarono a fil di spada l’abate Bertario con molti monaci, rifugiatisi a pregare nella chiesa del monastero di S. Salvatore.

I monaci superstiti trovarono rifugio prima a Teano e poi a Capua, ma il definitivo ritorno a Montecassino della comunità si realizzò soltanto parecchi anni dopo sotto il governo dell’abate Aligerno (948-985). Uomo accorto e di larghe vedute, Aligerno rivendicò la giurisdizione abbaziale contro la prepotenza dei signori locali, ordinò sapientemente il regime feudale e restaurò le fabbriche dell’abbazia, edificando inoltre la Rocca janula a difesa della città di San Germano.

Con la morte di Aligerno si manifestarono i rischi legati alla posizione dell’abbazia, geograficamente collocata a fianco di piccole ed ambiziose signorie locali, e al centro del delicato equilibrio che legava tra loro il catepanato dell’impero d’Oriente in Italia, e il forte influsso degli Ottoni nel sud della penisola. Con l’elezione abbaziale di Teobaldo (1022-1035) e, più tardi, sotto il governo dell’abate Richerio (1038-1055) Montecassino entrò sempre più nella sfera d’influenza della politica imperiale.

Nondimeno un nuovo elemento si affacciava sulla scena della politica internazionale: i Normanni, contro i quali papa Leone IX si servì dell’appoggio cassinese. Con il suo successore, Niccolò II, la Sede Apostolica adottò piuttosto un atteggiamento di dialogo, anche in questo caso fortemente appoggiata dall’abbazia cassinese. In particolare Roma trovò un interlocutore saggio ed accorto nell’abate Desiderio (1058-1087), futuro papa Vittore III, che, ben a ragione, è annoverato tra i più grandi abati di Montecassino.Desiderio, in un primo tempo antinormanno, colse presto l’ineludibilità della presenza normanna sulla penisola, stringendo legami di amicizia con Riccardo d’Altavilla, conte di Aversa. E con lo stesso Roberto il Guiscardo. La politica di mediazione di Desiderio fruttò il giuramento di fedeltà del Guiscardo alla Chiesa romana in seguito all’intervento normanno nella contesa tra papa Niccolò II e l’antipapa Benedetto X per la Cattedra di Pietro.

Anche con l’avvento al pontificato di Gregorio VII, il quale inasprì la condotta della Sede Apostolica nei confronti del Guiscardo, Desiderio seppe mantenere una posizione d’equilibrio tra le due parti, cercando inoltre di favorire la pacificazione tra il papa e l’imperatore Enrico IV, riuscendo in tal modo a salvaguardare la propria fedeltà a Gregorio VII, pur sottraendo la sua abbazia al rischio della vendetta imperiale e normanna.

Il fulcro degli interessi di Desiderio fu, sempre, l’abbazia di Montecassino, che rese centro di cultura e vita spirituale, nonché uno dei più insigni monumenti della cristianità. All’epoca della sua elezione abbaziale, il monastero era cadente per vetustà ed incuria; egli lo rinnovò dalle fondamenta, edificando un nuovo dormitorio monastico, una nuova aula capitolare e, soprattutto, una nuova basilica, la cui pianta, notevolissima per l’epoca, rimase invariata, se si esclude lo sfondamento del presbiterio, sino ai giorni nostri. La nuova chiesa era divisa in tre navate da due file di dieci colonne ed il pavimento era completamente rivestito di mosaici. Le porte di bronzo ageminate in argento furono fuse a Costantinopoli: di esse il portale centrale è tutt’ ora al suo posto. La basilica venne consacrata nel 1071 da papa Alessandro II al cui seguito salirono all’abbazia Ildebrando di Soana e Pier Damiani. Lo splendore delle arti era cornice di una intensa vita monastica: sotto l’abate Desiderio Montecassino ospitava più di duecento monaci, ed una fiorente tradizione eremitica si raccoglieva attorno al monastero.

L’attività edilizia dell’abate fu l’immagine speculare della sua dedizione alla cultura: sotto il suo abbaziato lo scriptorium monastico conobbe i vertici del suo splendore: accanto ai padri della Chiesa venivano copiati i più significativi autori classici, basti qui menzionare il codice Laurenziano 68.2, che conservò alla storia il De magia, i Metamorphoseon e i Florida di Apuleio, unitamente agli ultimi sei libri degli Annales e ai primi cinque delle Historiae di Tacito, ed il Laurenziano 51.10 grazie al quale si è conservato il De lingua latina di Varrone.

E’ sempre negli anni di Desiderio che si collocano le produzioni di Alfano di Salerno, poeta e studioso delle arti liberali poi arcivescovo di Salerno, di Alberico, anch’egli poeta raffinato, astronomo e più celebre ancora per la sua polemica con Berengario di Tours, di Amato, autore dell’ Historia Normannorum, di Leone Ostiense, autore di una delle più importanti cronache del medioevo, la Chronica Monasterii Casinensis, di Costantino Africano, traduttore delle opere mediche ed astrologiche arabe, la cui influenza sul pensiero scientifico medievale è difficilmente sottovalutabile, se si considera che la celebre scuola medica salernitana si formò proprio sulle opere di Costantino.

Morto Gregorio VII nel 1085, gli successe nel sommo pontificato lo stesso Desiderio, il quale assunto il nome di Vittore III, regnò soltanto pochi mesi, terminando i suoi giorni a Montecassino il 16 settembre 1087.
Il rinnovamento edilizio ed architettonico intrapreso da Desiderio, venne proseguito dal suo successore, l’abate Oderisio I (1087-1105), il quale legò il proprio nome all’appoggio con cui sostenne l’esercito crociato dopo il concilio di Clermont (1095).

Con la morte di Oderisio si aperse per Montecassino un periodo di forti tensioni interne tra i partiti filonormanni e filoimperiali, di ingerenze della nobiltà locale nelle elezioni abbaziali e di rapporti difficoltosi con la Sede Apostolica. Nella seconda metà del secolo XII l’abbazia entrò a far parte del regno normanno, con la conseguenza di una sempre maggiore ingerenza da parte dei sovrani nelle elezioni abbaziali.
Con la morte di Guglielmo II il Buono (1189) Montecassino si trovò al centro delle tensioni che opposero per trent’anni il papato agli Hohenstaufen e, più tardi, del traumatico passaggio dagli Svevi agli Angioini.
Proprio in quegli anni si formava a Montecassino il giovane Tommaso dei conti d’Aquino, la cui famiglia bene avrebbe visto il proprio rampollo abate del potente monastero confinante con il proprio feudo. Tommaso lasciò però presto il monastero, probabilmente in quel 1239 che segnò la drammatica invasione dell’abbazia da parte delle truppe di Federico II, in conseguenza della scomunica inflitta all’imperatore.

La riorganizzazione dei diritti giurisdizionali dell’abbazia avvenne con l’abate Bernardo Aiglerio (1263-1285) (chiamato dal papa Urbano IV al reggere Montecassino proprio nell’anno in cui la corona di Sicilia passava sul capo di Carlo d’Angiò), la cui opera di ricomposizione e salvaguardia del patrimonio abbaziale venne poi proseguita dal successore Tommaso (1285-1288).
La fine del XIII e l’inizio del XIV secolo si caratterizzano per la successione di brevi abbaziati, fino a che, nel 1322, papa Giovanni XXII promulgò da Avignone una bolla (Supernus opifex) con cui elevava l’abbazia a sede episcopale, con il risultato che la cattedra abbaziale venne occupata per i successivi quarantasei anni da abati estranei alla comunità ed eletti senza il parere del capitolo.
Il 9 settembre 1349 la Terra sancti Benedicti venne colpita da una scossa di terremoto talmente violenta da causare la rovina della maestosa basilica desideriana, del cenobio e della maggior parte dei possedimenti del monastero.

Nessun intervento ricostruttivo si registrò nei successivi otto anni, sino a che, nel 1357 papa Innocenzo VI nominò abate vescovo di Montecassino Angelo della Posta, già abate di San Vincenzo al Volturno, il quale avviò con slancio la ricostruzione, proseguita dal suo successore Angelo Orsini (1362-1365) iniziando dalla basilica, dal refettorio e dal dormitorio.

Dopo la sua morte papa Urbano V, già abate di san Vittore di Marsiglia, avendo preso a cuore lo stato miserevole in cui versava l’abbazia, avocò a se la carica di abate, sopprimendo l’episcopato e ristabilendo lo status abbaziale; vista la difficoltà di raccogliere le ingenti somme necessarie all’opera di riedificazione, il papa impose a tutti i monasteri benedettini, a partire dal 1369, di versare ogni due anni la sessantesima parte dei propri redditi. Urbano V provvide inoltre a chiamare a Montecassino monaci a sostegno della comunità e a nominare un abate.

Tuttavia, negli anni che intercorsero tra la morte di Roberto d’Angiò (1343) e l’avvento al trono di Napoli di Alfonso d’Aragona (1442), Montecassino si trovò al centro delle complicate vicende politiche che scossero il regno. Provvidenziale, per la salvaguardia del patrimonio territoriale dell’abbazia, fu il provvedimento con cui, nel 1463 il papa annetteva i territori al Patrimonio di S. Pietro.

Il periodo che va dal 1454 al 1504 vede la carica abbaziale affidata ad abati commendatari, i quali, estranei alla comunità monastica, venivano eletti dal papa a godere del titolo e, cosa di maggior rilievo, delle sostanze dell’abbazia.

Montecassino ebbe come commendatari il cardinale Ludovico Trevisan, patriarca di Aquileia (1454-1554); papa Paolo II (1465-1461); il cardinale Giovanni d’Aragona (1471-1485), figlio del re Ferdinando I e, ultimo della serie, il cardinale Giovanni de’ Medici (1486-1504), futuro papa Leone X. Fu proprio durante la commenda di Giovanni dè Medici che papa Giulio II, su sollecitazione di Gonzalo de Cordoba, annesse l’abbazia alla Congregazione di S. Giustina, che d’allora in poi muterà il nome in Congregazione Cassinese.
Tuttavia lo sconvolgimento seguito alla rivoluzione francese non poté mancare di coinvolgere Montecassino.
La calata delle truppe napoleoniche del 1798-1799 costò all’abbazia la perdita di gran parte dell’argenteria ed oreficeria, dei paramenti sacri, la dispersione di pergamene, libri, manoscritti.

L’abolizione della feudalità del 1806 per tutto il regno di Napoli, significò l’incameramento da parte del demanio di tutti i beni fondiari dell’abbazia, nonché la soppressione del potere giurisdizionale dell’abate. Con la legge di soppressione degli Ordini religiosi dell’anno successivo Montecassino perdette pure la proprietà dell’archivio e della biblioteca, pur conservandone la custodia, mentre risale al 1808 la spoliazione della pinacoteca.
Fu soltanto con il ritorno di Ferdinando IV sul trono di Napoli che l’abate di Montecassino poté riappropriarsi dell’esercizio della giurisdizione spirituale.

Con l’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda, vennero estesi a tutta la nazione i provvedimenti soppressivi adottati sul territorio piemontese già a partire dal 1855; per Montecassino essi ebbero applicazione a partire dal 1868 e comportarono l’incameramento da parte del demanio di tutti i beni della comunità monastica e del patrimonio immobiliare. Il monastero fu dichiarato monumento nazionale, l’abate continuava a rivestire la funzione di Ordinario diocesano e la comunità monastica quella di capitolo dei canonici.

Il 1880 vide raccolti a Montecassino gli abati delle congregazioni benedettine di tutto il mondo, uniti nella celebrazione del XIV centenario della nascita di S. Benedetto. In quell’occasione il cardinale benedettino Jean Baptiste Pitra consacrò il santuario della Torretta - luogo che la tradizione ha identificato con l’abitazione del Patriarca – decorato dagli artisti della scuola beuronese diretti da d. Desiderius Lenz.

Con l’annessione alla Congregazione di S. Giustina, si apriva per Montecassino, sottratta alla commenda, un periodo di pace e tranquillità; negli anni che seguirono, sotto l’abbaziato di Ignazio Squarcialupi (1510-1516; 1520-1521; 1524-1526) vennero riedificati lo scalone monumentale, il chiostro “dei benefattori” antistante la chiesa, la sagrestia ed il dormitorio dei monaci, ed è ancora allo Squarcialupi che si deve la committenza ai fratelli Boccardi di diversi libri corali (alcuni dei quali sono oggi esposti al museo).

Un secondo periodo particolarmente felice del cinquecento cassinese, si conobbe sotto l’abbaziato di Angelo de Faggis, il quale terminò la costruzione del corridoio superiore del dormitorio, il chiostro ad esso attiguo (il chiostro “del priore”), le cappelle meridionali della basilica, la sala capitolare, la biblioteca e la camera del fuoco, oltre a proseguire l’edificazione del refettorio monumentale. Agli anni quaranta e cinquanta del cinquecento risalgono pure lo scavo della cripta e, in corrispondenza, lo sfondamento del presbiterio che ospitò il coro. Infine, sotto il governo di Gerolamo Ruscelli (1590-1595) fu avviata la realizzazione del chiostro centrale, o chiostro “del Paradiso”.

Il seicento vide impegnati a Montecassino il Cavalier d’Arpino, Girolamo Imparato, Marco Mazzaroppi, e, a partire dal 1627, di Cosimo Fanzago, al quale si deve il riassetto della basilica, il progetto dell’altare maggiore e il rinnovamento della zona presbiterale. La nuova copertura della basilica venne affrescata da Luca Giordano, mentre le tele delle cappelle laterali vennero dipinte, oltre che dal Giordano stesso, da Paolo de Matteis, Sebastiano Conca e Nicola Malinconico. Nel 1692 si iniziò la costruzione del coro ligneo, opera della famiglia di intagliatori romani Colicci, e nel 1698 venne costruito l’organo, opera di Cesare Catarinozzi.

I lavori di riedificazione si protrassero per ottantasette anni, e il 19 maggio 1727 papa Benedetto XIII consacrava solennemente la risorta basilica.
Il secolo XVIII fu un periodo di relativa tranquillità per l’abbazia, che fu feconda di studi storici e paleografici. Basti qui ricordare l’opera di Erasmo Gattola (1662-1734), il quale pose mano allo studio dei diplomi dell’archivio cassinese e, soprattutto, redasse la sua Historia abbatiae Casinensis(1733) con due volumi di Accessiones(1734).

Nè può essere taciuta l’opera dei due fratelli genovesi Placido e Giovan Battista Federici, di cui il primo compilò un catalogo dei codici manoscritti dell’abbazia, mentre il secondo diede alle stampe la sua corposa Storia dei duchi di Gaeta. Pure in questo secolo si distinse la figura di Casimiro Correale che compilò il suo Lessico biblico ebraico caldaico in novantanove volumi.

La I guerra mondiale non toccò che alla lontana la pace del monastero cassinese, che registrò anzi, proprio in quegli anni, una notevole fioritura umana, culturale e spirituale, grazie alla presenza, nelle mura stesse dell’abbazia, del seminario diocesano e di un frequentatissimo collegio laicale.

Assai più funeste furono invece le conseguenze del secondo conflitto mondiale per Montecassino. Fu con la risalita della penisola italiana da parte delle truppe alleate, sbarcate in Sicilia nel luglio 1943, e dirette verso la capitale, e l’organizzazione della resistenza tedesca lungo la linea Gustav (che passava proprio sul territorio della città di Cassino) che gli eventi bellici si strinsero più d’appresso alle mura dell’abbazia.

Nell’ottobre di quell’anno lasciarono Montecassino i beni più preziosi: le reliquie, i codici e le pergamene dell’archivio, la biblioteca, i quadri. Furono il tenente colonnello Schlegel e il capitano Becker ad occuparsi del trasporto.

Di fronte alla resistenza delle forze tedesche, gli alleati si concentrarono a ridosso della città di Cassino, con la conseguenza che l’abbazia e la città si trovarono in un punto strategico essenziale per la difesa tedesca.

Alle 9,45 del 15 Febbraio 1944 gli alleati aprirono il fuoco contro queste venerabili mura: il bombardamento proseguì fino alle 15,45. Montecassino non era che un cumulo di macerie: solo per una serie di provvidenziali coincidenze l’abate Gregorio Diamare ed i pochi monaci rimasti poterono salvarsi.




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