GAETA tra arte e storia




DOCUMENTO


Lettera di Papa Leone III a Carlomagno
sulle attività dei saraceni

26 Agosto 812

 
(Leonis III papae epistolae X. 6)
 

LEONE EPISCOPO, SERVO DEI SERVI DI DIO, A CARLO AUGUSTO SIGNORE PIISSIMO E SERENISSIMO, VINCITORE E TRIONFATORE, FIGLIO DEVOTO DI DIO E DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO.

Sappiamo dunque che la vostra imperiale potenza protetta da Dio ha sempre un'accortissima sollecitudine riguardo all'integrità, all'esaltazione ed alla protezione della madre sua santa Romana Chiesa ed ai suoi territori. E perciò rendiamo note alla serenità vostra le notizie che recentemente abbiamo appreso e di cui in parte siamo certi.
Sicuramente alla vostra sapienza datavi da Dio non è sconosciuto il fatto che quella scelleratissima razza degli Agareni ha deciso di venire quest'anno dalle parti della Sicilia. Ma ora, come abbiamo sentito dire, si sono riuniti in alcune isole dei Greci.
Per difenderIe veramente l'imperatore Michele (1) mandò un patrizio e degli spadarii con una flotta, perché combattessero con l'aiuto di Cristo contro di essi.
Ed essendo giunto lo stesso patrizio in Sicilia, mandò suoi messi per Benevento al duca Napoletano Antimo, affinché con tutto lo stesso ducato Napoletano, o almeno con coloro che avessero voluto ubbidirgli, cercasse di offrirgli l'aiuto di una flotta. Ma questo duca, adducendo pretesti, non si curò di andare in suo aiuto (2). Invece i Gaetani e gli Amalfitani, (3) riunendo un discreto numero di navi, andarono in suo aiuto.
Ma in seguito, come abbiamo appreso, gli stessi scelleratissimi Mori approdarono, certamente con tredici navi, all'isola chiamata Lampedusa, situata dalle parti della Sicilia, e la saccheggiarono. Ed essendosi dirette là in esplorazione sette navi della predetta flotta dei Greci, per poter conoscere la verità, i Mori odiosi a Dio li catturarono e li uccisero. E avendoli aspettati, i Greci, che li avevano mandati ad esplorare, e non essendo quelli tornati, andarono in massa contro di essi. Ed avendo Cristo pietà di loro, uccisero tutti quegli iniqui Mori, cosicché neppure uno di essi lasciarono vivo. (4)
Poi anche questo ci è stato riferito, che quaranta navi degli stessi Mori giunsero nell'isola chiamata Ponza, dove risiedevano dei monaci, e la saccheggiarono. Ma in seguito, lasciando quella, approdarono all'isola chiamata Ischia maggiore, lontana meno di trenta miglia dalla città di Napoli, nella quale trovarono famiglie e ricchezze non piccole di Napoletani; e vi stettero dal 18 al 21 agosto e mai gli stessi Napoletani li attaccarono. (5) E avendo saccheggiato tutta l'isola, riempiendo le loro navi di uomini e degli alimenti necessari, tornarono indietro. Poi i Gaetani, che furono là dopo la devastazione della suddetta isola, dissero di aver trovato uomini che giacevano uccisi, il grano e le masserizie che gli stessi Mori non avevano potuto portare con sé; ma quelli avevano lasciato lì uccisi anche i cavalli moreschi, che portavano nelle loro navi.(6)
Ecco ci siamo presa cura di notificare alla serenità vostra tutto ciò che abbiamo potuto sapere sui territori dei Greci.
Poi riguardo ai nostri confini comunichiamo alla vostra serenissima imperiale potenza che per intercessione della santa madre di Dio e sempre vergine Maria nostra signora e dei beati apostoli Pietro e Paolo e per merito del vostro prudentissimo ordinamento, risultano tutti salvi ed intatti. Infatti da quando la serenità vostra ci ha avvertiti del loro arrivo, abbiamo tenuto sempre organizzate per la difesa le nostre zone interne e litoranee ed esercitiamo la sorveglianza.
E noi coi nostri vescovi nella chiesa del beato apostolo Pietro vostro protettore imploriamo la clemenza di Dio onnipotente, perché si degni di custodire e difendere dalle insidie dei nemici la sua santa chiesa, e voglia per l'esaltazione e la difesa di essa conservare e proteggere voi per una lunga serie di anni e vi conduca con tutti i santi alla felicità eterna dopo una lunga vita.
La grazia celeste custodisca l'impero del signore piissimo e sottometta al suo giogo tutte le genti.
Lettera terminata il 26 agosto. (Trad. A. Costanzo).

 

DOMINO PIISSIMO ET SERENISSIMO, VICTORI AC TRIUMPHATORI, FILIO AMATORI DEI ET DOMINI NOSTRI IESU CHRISTI, KAROLO AUGUSTO LEO EPISCOPUS SERVUS SERVORUM DEI.

Scimus igitur vestram a Deo protectam imperialem potentiam semper de integritate et exaltatione atque custodia matris suae sanctae Romanae ecclesiae eiusque finibus sollertissimam habere sollicitudinem. Et ideo notum facimus serenitati vestrae ea, quae nuper audivimus et ex parte certi sumus.
Vestrae siquidem a Deo datae sapientiae incognitum non est, quod illa nefandissima Agarinorum gens partibus Siciliae anno praesente venire consiliaverunt. Nunc autem, sicut audivimus, in quibusdam Grecorum insulis coniunxerunt.
Pro quibus vero misit Michahel imperator patricium et spadarios cum stolo, ut contra eos Christo adiuvante dimicare debuissent.
Cumque ipse patricius in Siciliam coniunxisset, direxit missos suos per Beneventum ad Anthimum Neapolitanum ducem, ut cum toto ipso Neapolitano ducatu, qui illi oboedire voluisset, navale auxilium ei praebere studuisset. Qui vero dux occasiones proponens, in adiutorio eius ire contempsit. Kaietani autem et Amalfitani aliquanta congregantes navigia, in auxilio illius abierunt.
Postmodum vero, ut audivimus, ingressi sunt ipsi nefandissimi Mauri, tredecim scilicet navigia, in insulam, quae dicitur Lampadusa, partibus Siciliae constituta, et praedaverunt eam. Cumque de praedicto Grecorum stolo septem navigia ibidem explorando perrexissent, ut se veritatem cognoscere potuissent, conprehendentes eos Deo odibiles Mauri occiderunt illos. Et dum exspectassent eos Greci, qui miserunt ad explorandum et minime essent reversi, abierunt generaliter super eos, Et Christo miserante totos illos iniquos Mauros occiderunt, ita ut nec unum ex eis vivum reliquerunt.
Porro et hoc relatum est nobis, quod quadraginta naves de ipsis Mauris venerunt in insulam, quae Pontias vodtatur, ubi monachi residebant, et praedaverunt eam. Postmodum vero egredientes ex ea, ingressi sunt in insulam, quae dicitur Iscla maiore, non longe a Neapolitana urbe miliaria XXX, in qua familia et peculia Neapolitanorum non parva invenerunt; et fuerunt inibi a XV. usque XII. Kal. September et numquam ipsi Neapolitani super eos exierunt. Cumque totam ipsam insulam depredassent, implentes navigia sua de hominibus et escis necessariis, reversi sunt post se. Kaietani autem, qui post desolationem iam dictae insulae ibidem fuerunt dixerunt, quod invenissent homines occisos iacere, et granum et scirpha, quae ipsi Mauri portare secum non potuerunt; sed et caballos Mauriscos, quos in suis ducebant navigiis, occisos ibidem dimiserunt.
Ecce, quaecunque audire potuimus de Grecorum partibus, serenitati vestrae intimare curavimus.
De nostris autem terminibus insinuamus vestrae tranquillissimae imperiali potentiae, quia per intercessionem sanctae Dei genetricis semperque virginis Mariae dominae nostrae et beatorum apostolorum Petri ac Pauli et per vestram prudentissimam ordinationem omnia salva et inlaesa existunt. A quo enim de illorum adventu wstnz nos exhortavit serenitas, semper postera et litoraria nostra ordinata habuimus et habemus custodias.
Nosque cum nostris sacerdotibus in ecclesia fautoris vestri beati Petri apostoli Dei omnipotentis exoramus clementiam, ut suam sanctam ecclesiam ab insidiis inimicorum custodire et defendere dignetur, vosque ad exaltationem et defensionem eius per longa annorum curricula conservare et protegere iubeat atque ad gaudia aeterna, post multa temporum spatia cum sanctis perducat omnibus.
Piissimum domini imperium gratia superna custodiat eique omnium gentium colla substemat.
Absoluta VII. Kal. Septembris.

 
(1) E' l'imperatore Michele I Rangabè, regnante dal 02-10-811 al 11-07-813, che inizia ad imprimere una svolta alla politica di Costantinopoli.

(2) Teoricamente il duca di Napoli dipendeva da Bisanzio; il suo rifiuto è indice delle tendenze autonomistiche delle città tirreniche ancora sotto l'influenza bizantina.

(3) Anche Gaeta ed Amalfi dipendevano da Bisanzio e, sempre teoricamente, attraverso il duca di Napoli; la loro risposta alla richiesta di aiuto, in controtendenza con l'autorità politica imediatamente superiore, avvalora la tesi che ciascuna città marinara poteva decidere in maniera autonoma.  Inoltre la possibilità di queste due città di mettere a disposizione un "discreto numero di navi" indica che esse hanno già raggiunto dimensioni ragguardevoli per l'epoca, sia economiche che politiche. Attraverso la concessione degli aiuti, Gaetani e Amalfitani, cercavano di difendere i loro rapporti commerciali con Bisanzio. Quando si renderanno conto che l'Imperatore d'Oriente non è più in grado di difenderli, non esiteranno a seguire l'esempio di Napoli, alleandosi con i Saraceni pur di consentire alle loro navi di solcare il Mediterraneo.

(4) Quindi dopo alcune perdite iniziali, la coalizione bizantina riesce a scacciare i saraceni da Lampedusa.

(5) Tra il duca Antimo e i Saraceni esisteva un'alleanza molto stretta: i saraceni venivano utilizzati come mercenari nelle lotte contro Benevento e contemporaneamente avevano rapporti commerciali che prevedevano anche la vendita di schiavi (che i Napoletani acquisivano nei territori circostanti e i Saraceni vendevano in Tunisia). Qualche anno dopo venne addirittura a Napoli coniata una moneta d'oro che oltre al nome del duca riportava caratteri arabi (A. Vasillav, Bysance et les arabes, 1935 pg. 181)

(6) In pratica il bottino fu così ampio che per farvi posto sulle navi, i Saraceni rinunciarono ad una merce meno pregiata: i loro cavalli.

 

Commento di Lucio Fusco.
Traduzione di A.Costanzo tratta da P e M. Corbo Gaeta-La storia Vol. I pag 242,243,244




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